QUEI
PUPI DI GESSO
una lunga
storia di impresa, di artigianato, di cultura popolare e di emigrazione.
In Toscana si dice che quando Cristoforo Colombo sbarcò in America
(nel 1492) vi trovò i lucchesi che vendevano il “buccellato”
(caratteristico dolce della lucchesia) e statuine di gesso!
E’ dunque così antica la produzione di figurine di gesso?
Effettivamente un documento rinvenuto recentemente nell’Archivio di
Stato di Lucca parla di “figuris giessi” già nel 1373 (nota
1 e 2).
Pare che questa sia la notizia più antica sulle statuine di gesso in
Toscana.
Una leggenda popolare poi si tramanda di padre in figlio a Coreglia
Antelminelli, in Garfagnana, dove tale è la tradizione dei pupi di gesso che
oggi vi è allestito un relativo museo:
“ Del gesso cadde inavvertitamente sul volto di una statua mentre il
frate artigiano stava lavorando intorno a certe decorazioni. Il gesso si seccò,
rimase l’impronta ed al buon frate venne l’idea: creare con un sistema di
modelli, di stampe, di colate, la figurina” (nota 3) .
La terra di cui parliamo è la Garfagnana, nella sua parte più bassa,
dove il Serchio, il fiume che la forma nascendo sulle alpi Apuane, si dirige
verso Lucca incrociando il torrente Lima, un rivo che scorre in uno stretto
letto dall’Abetone, fiancheggiando per una quarantina di chilometri la
strada statale 12 detta dell’Abetone e Brennero. E una terra magnifica,
ricca di boschi e, per dirla con il dialetto di queste parti, “di ogni hosa
bona!”.
Qua, a Castelvecchio venne a trovar pace negli ultimi anni della sua vita
il poeta Giovanni Pascoli, componendo fra l’altro il canto de “ le
ciaramelle”. Al punto in cui il Serchio e il Lima si congiungono, qualche
centinaio di metri prima dell’antico e noto Ponte del Diavolo (o della
Maddalena), c’è Bagni di Lucca; a valle c’è Borgo Mozzano. A monte c’è
Barga, Castelnuovo e Castelvecchio, Coreglia Antelminelli.
In questa terra siamo andati a trovare notizie sulla produzione di
statuine in gesso, per cominciare un lungo viaggio che ci porterà, speriamo,
nelle varie parti d’Italia a scoprire le radici culturali ed artistiche delle
varie tipologie di Presepe che arricchiscono il nostro Paese.
A Lucca anticamente i venditori di statuine venivano generalmente
chiamati “ stucchinari o stucchini ”, mentre nella media VaI di Serchio
“ figurasti ”. E a metà del XIX secolo che prende piede il termine
letterario di “ figurinaio “.
Quella dei figurinai è una lunga storia di impresa, di artigianato, di
cultura popolare e di emigrazione. Oggi potremmo definirla una geniale industria
di trasformazione inserita in una grande via del nord: né il gesso era un
prodotto tipico del luogo (ma veniva importato da fuori), né i disegni che
venivano raffigurati erano esclusivi dell’ambiente: originalissima era invece
la lavorazione che il gesso subiva, per manualità e per poesia, per un genio
creativo che sapeva misurarsi sia con tradizioni locali che con lontani spazi di
mercato.
Durante il XIX secolo numerose furono le famiglie dei territori di
Bagni di Lucca, di Barga, di Borgo a Mozzano, di Camaiore, di Coreglia e di
Pescaglia, i cui uomini si diedero all’arte del gesso. Anche le donne
aiutavano, specie nelle fasi di pulitura e pittura delle statue.
Ma erano gli uomini a recarsi all’estero per vendere le proprie
creazioni, a volte anche portandosi il materiale per stamparne di ulteriori. Era
una emigrazione non di massa né definitiva, anche se però più che stagionale:
i figurinai partivano solitamente nella prima metà dell’anno e rimanevano in
«campagna di vendita” per un periodo che durava anche due-tre anni, a
seconda della lontananza della méta.
Partivano sotto la guida di uno o più capi esperti delle aree di mercato
e sopratutto capaci di creare col gesso sia modelli che stampi. Con loro erano i
“garzoni”, o “ministri”, che sì occupavano principalmente della vendita
degli oggetti finiti; erano molto giovani, e con la cesta sotto braccio o un
pianale in testa giravano per strade e per case.
Al ritorno da ogni campagna i figurinai si trattenevano per mezzo anno,
di solito, prima di ripartire. Se la campagna era stata buona, cioè redditizia,
poteva accadere che si stabilissero meglio nella loro terra di origine, fondassero
nuove società e avviassero ulteriori campagne; oppure abbandonavano l’arte
per nuovi e meno sacrificanti mestieri.
Come tutti i mestieri, anche quello del figurinaio conobbe i drammi del
lavoro.
Ad esempio erano frequenti i contrasti fra garzoni e padroni: a volte i
primi partivano con i prodotti e non sì facevano più vedere o tornavano
restituendo meno denaro del ricavato. Altre volte i capi maltrattavano i ragazzi
non rispettando gli impegni assunti con essi o con i loro genitori.
C’erano problemi di mercato: i pezzi che i venditori richiedevano
raggiungevano a volte cifre tali da compromettere l’andamento di tutto il
mercato e così gli artigiani si trovavano costretti a stabilire dall’alto il
sovrapprezzo consentito su ogni articolo (la cosiddetta “musine”, termine
ricavato dal dialetto veneto e significante “salvadanaio”).
I problemi della salute non mancavano: più che dovuti alla polvere del
gesso (grossolana e non delle peggiori in nocività) essi nascevano per le
precarissime condizioni ambientali (specie freddo e umidità) sia dei luoghi
di produzione che di emigrazione e vendita, sovrapposti alla giovane età, allo
scarso nutrimento e alle epidemie del tempo.
Per ultimo c’erano problemi d’inserimento sociale nelle terre
lontane: il figurinaio era un povero, un “vu cumprà” del XIX secolo, in un
tempo certo non garantito da diritti civili e normative internazionali e nazionali
come il nostro. Nell’impero austriaco li chiamavano katzelmacher, cioè
miserabili, morti di fame!
In queste condizioni, di ostilità e difficoltà a sopravvivere, non
potevano mancare, come difese estreme, atteggiamenti di arrangiamento e
truffa: un esempio frequente era lo spacciare a cifre notevoli oggetti di gesso
bronzato come fossero davvero di metallo (dove ci sono quelli che abboccano, lì
ci sono anche i pataccari!). Peggiori ancora erano le situazioni di furto, di
devianza morale e di libertinaggio che a volte rendevano i giovani figurinai
inaccettati non solo nelle zone di emigrazione, ma di ritorno anche a casa loro.
Ma di necessità si fece anche virtù: così in molti presto capirono
l’importanza dell’istruzione, dell’apprendimento della lingua straniera,
del miglioramento della tecnica per una maggiore qualità del prodotto; del
conoscere le culture lontane per scegliere oggetti da rappresentare estranei
alla propria tradizione (animali esotici, Budda, armi, costumi) .
Bisogna però arrivare all’inizio del ‘900 per trovare la prima
“società di patronato per gli emigrati della provincia di Lucca e del
circondario della Garfagnana”.
Dove arrivarono i nostri figurinai? un po’ in tutta Europa (la strada
statale dell’Abetone e Brennero apriva a loro i mercati del centro del
continente!) Ma con Genova vicino anche i mari furono attraversati e figurinai
di Toscana finirono certo in America, ma anche in Africa, in Asia e più tardi
addirittura in Australia! Laddove dopo lunghissimi viaggi gli emigranti
riuscirono ad ambientarsi bene (a volte con loro c’erano le mogli o altri
parenti classificati nei passaporti come “attendenti alle cure domestiche”)
allora si stabilirono definitivamente impiantando anche fabbriche di figurine,
alcune delle quali oggi, ad esempio in America, sono ancora fiorenti (nota
4).
Dall’integrazione con altri popoli, altre culture
e pietà popolari, sicuramente scaturirono miglioramenti e rinnovamenti
artistici, oltre che concorrenze e sfide di altre produzioni. Un esempio viene
subito alla mente se si pensa a quella statale dell’Abetone e Brennero che
fiancheggia il Lima e raccoglie verso nord il traffico della Garfagnana; a pochi
chilometri dal Brennero, di qua del confine italo-austriaco, a Chiusa, si apre
quella meravigliosa valle alpina che è la Vai Gardena, la cui produzione di
statue in legno (e di presepi) forse oggi è tra le più belle e pregiate del
mondo. E facile capire come nei disegni le due grandi tradizioni per quanto
profondamente diverse nel materiale impiegato, si siano commisurate
e stimolate a vicenda.
Note:
1:
Maria Lera, GIPSKATER, GATTI DI GESSO, 1985, Maria Pacini Fazzi editore –
Lucca.
2:
Archivio di stato di Lucca, Gabella Maggiore, n.14:”3 maggio 1373, A
Francische Ugolini pro cortis figuris giessi extimat lbr.VI hodie e miss. in
civit”.
3:
F.Lera, Proprietà fondiarie e attività economiche a Borgo a Mozzano, Anchiano
e Corsagna dal 1526 al 1533, in Atti del terzo convegno di studi a Borgo a
Mozzano, 10 maggio 1981, pp 131-145.
4:
La “Da prato statuari Company” e la “ Biagi Statutari Company” di
Chicago, fondate nel 1860; la “Da Prato – Rigali – Nutini Statutari” di
Boston fondata nel 1885; la “Pisani Mario” di Hobokenn nel New Jesrsey, la
“Coreglia Studio” a Northberghen nel New Jersey.